
Viviamo in una realtà in cui giovani e adulti faticano sempre più a distogliere lo sguardo dallo schermo.
In un mondo sempre più tecnologico e interconnesso, i ragazzi sono probabilmente coloro che più di tutti vivono questa trasformazione. Smartphone, social network e strumenti di intelligenza artificiale rappresentano oggi opportunità straordinarie di apprendimento e comunicazione, ma pongono anche interrogativi importanti sul modo in cui costruiamo le nostre relazioni e il nostro rapporto con la conoscenza.
Lo sguardo è sempre più rivolto verso il basso, verso il proprio telefonino, piuttosto che verso l’alto e verso l’altro. In questo scenario, il dialogo rischia talvolta di lasciare spazio all’isolamento, mentre strumenti come le chatbot diventano interlocutori sempre più presenti nella vita quotidiana dei giovani. La sfida, allora, non è soltanto tecnologica, ma profondamente educativa: quale ruolo possono ancora avere la scuola, gli insegnanti e la famiglia nella crescita delle nuove generazioni?
Per riflettere su questi temi ho il piacere di ospitare il professor Matteo Lancini, psicologo, psicoterapeuta e docente presso l’Università Milano-Bicocca e Cattolica.
Chi è Matteo Lancini?
Matteo Lancini è uno psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica, presidente della Fondazione Minotauro di Milano. Docente universitario e autore di numerosi saggi, è tra i massimi esperti in Italia di adolescenza, problematiche giovanili, ritiro sociale, dipendenze da internet e nuove genitorialità.

Intervista al Professor Matteo Lancini
Professore, incontrando e dialogando con diversi ragazzi, che idea si è fatto della generazione di oggi? Quali fragilità vede più spesso e quali risorse, invece, ritiene vengano troppo poco raccontate?
La fragilità più grande delle nuove generazioni è, in realtà, quella degli adulti. I ragazzi si trovano ad avere a che fare con adulti troppo fragili per sostenere le loro emozioni, adulti che non le legittimano e che continuano a raccontarsi di aver dato troppo ai figli.
Se devo dire qual è il cambiamento che più mi ha colpito negli ultimi anni, è questo: oggi i ragazzi sanno tutto del funzionamento affettivo e relazionale del papà, della mamma e perfino della scuola italiana, ma non possono accedere alle proprie emozioni. Emozioni come la paura, la tristezza e la rabbia non vengono lasciate esprimere.
Viviamo in una società che sostiene che la sofferenza dei giovani dipenda dal buonismo degli adulti o dai social network. Io credo, invece, che dipenda in gran parte dal fatto che gli adulti abbiano pensato soprattutto a sé stessi. Ascoltano i figli e gli studenti, ma solo a patto che non manifestino emozioni che disturbano.
È una società che disbosca il pianeta, plastifica i mari e lascia un mondo sempre più difficile ai bambini, ma allo stesso tempo continua a ripetere di amarli profondamente. Questa è la contraddizione più evidente.
Sempre più giovani utilizzano le chatbot per chiedere consigli, confidare le proprie paure o cercare risposte a problemi personali. Secondo lei cosa spinge molti ragazzi ad aprirsi più facilmente con una macchina piuttosto che con un genitore, un insegnante o uno psicologo? Quali rischi vede in questa tendenza?
Viviamo in una società in cui manca un ascolto autentico. Una chat, almeno, non ti dice: “Aspetta un attimo, adesso sono impegnato”, né finge di ascoltarti per pochi secondi per poi iniziare a parlare di sé.
Naturalmente esiste il rischio di instaurare una relazione con qualcuno che non è in carne e ossa. Però queste sono generazioni cresciute nella società onlife, dove reale e virtuale fanno parte della stessa esperienza.
Io credo che la domanda vera sia un’altra: perché la scuola e la famiglia, per esempio, non parlano di temi come il suicidio? Se poi un ragazzo affronta quell’argomento con una chatbot e accade una tragedia, invece di chiederci perché nessun adulto ne abbia parlato con lui, preferiamo dare la colpa alla chat. Questa è una forma di dissociazione.
Le chatbot, molto spesso, sono semplicemente più disponibili degli adulti. Ascoltano le emozioni dei ragazzi e li aiutano a pensarle, più di quanto facciano molti genitori, insegnanti o altri adulti di riferimento.
Il vero rischio, però, è che oggi si parli continuamente di fake news, di intelligenza artificiale e di algoritmi che manipolano le persone, mentre sento politici e perfino colleghi affermare cose scientificamente false. Per esempio, continuano a parlare di “dipendenza da Internet”, una definizione che la comunità scientifica ha ormai superato, eppure sono proprio loro, spesso, a diffondere fake news mentre accusano la rete di farlo.
L’età di utilizzo degli smartphone è in continua diminuzione. Molti bambini già in quinta elementare possiedono un proprio telefonino. Qual è il rischio di esporre un bambino, in pieno sviluppo, a uno strumento così potente? E cosa pensa dell’abitudine di affidare ai figli uno smartphone anche durante i pasti?
Innanzitutto partirei da una precisazione: lo smartphone non è più semplicemente uno strumento. Chi continua a considerarlo come un oggetto, al pari di un coltello, del fumo, della droga o di un bicchiere di gin tonic, si pone già fuori da un confronto scientifico.
Oggi lo smartphone è un ambiente. Luciano Floridi parla infatti di società onlife, nella quale il reale e il virtuale costituiscono un’unica esperienza.
La domanda vera, quindi, è un’altra: come mai abbiamo costruito una società di questo tipo?
Il problema non è il telefono in sé, ma la povertà di alternative che offriamo ai bambini e agli adolescenti. Mi sembra una semplificazione drammatica preoccuparsi soltanto dello smartphone senza mettere in discussione il contesto che noi adulti abbiamo creato.
Basterebbe che gli adulti dessero il buon esempio: smettessero di stare continuamente sui social, chiudessero i gruppi WhatsApp dei genitori, riaprissero i cortili e i giardini e restituissero ai figli la possibilità di vivere esperienze autonome.
Quando ero ragazzo, mia madre, arrivata l’adolescenza, mi diceva: “Esci, speriamo che tu torni”. Oggi, invece, geolocalizziamo i figli, li controlliamo continuamente, abbiamo il registro elettronico, i gruppi WhatsApp tra scuola e famiglia. Crescono dentro questo contesto.
Non possiamo costruire una società e poi dire che fa male soltanto ai bambini che ci vivono dentro. Se è la società a non funzionare, allora bisogna cambiare la società. Altrimenti rischiamo di essere poco autentici, e in certi casi persino ipocriti.
Negli ultimi anni episodi di violenza nelle scuole sembrano ricevere sempre maggiore attenzione e in alcuni casi coinvolgono anche il possesso di coltelli o altre armi. Come interpreta questo disagio?
La violenza è sempre esistita. Ci sono reati che aumentano e altri che diminuiscono. L’Italia, per fortuna, non è la Francia o l’Inghilterra, dove la violenza nelle scuole è molto più diffusa. È comunque vero che negli ultimi anni sempre più ragazzi, anche appartenenti a famiglie non svantaggiate, girano con un coltello.
Credo che questo abbia a che fare con una società dominata dalla paura e dall’angoscia. Quando hai paura, il coltello ribalta immediatamente la situazione: da persona spaventata diventi qualcuno che incute paura agli altri.
Per questo servirebbe una prevenzione fondata sulla legittimazione delle emozioni, non sull’idea che questi comportamenti siano semplicemente il risultato della mancanza di regole o della cattiva educazione.
Un ragazzo che accoltella un compagno, una fidanzata o un insegnante esprime un profondo disagio. Non significa giustificare ciò che ha fatto: la legge deve fare il suo corso e chi sbaglia deve risponderne. Ma spiegare non significa giustificare.
Mi colpisce che oggi anche alcuni psicologi e psichiatri sostengano che non si possa ricondurre tutto al disagio. Io allora chiedo sempre: se un minorenne gira armato e accoltella qualcuno, se non è disagio, che cos’è?
Non ho mai sentito un’alternativa convincente. Le possibilità sarebbero due: o pensiamo che sia nato cattivo, oppure che sia posseduto dal demonio. È evidente che nessuna delle due spiegazioni regge.
Questi ragazzi non distruggono soltanto la vita degli altri: distruggono anche la propria. Eppure gli adulti fanno sempre più fatica a tollerare le emozioni che disturbano. Continuiamo a raccontarci di essere il Paese di Montessori, Rodari, Don Bosco e Don Milani, ma spesso siamo soprattutto un Paese di adulti che pensano a sé stessi.
Oggi molti ragazzi riempiono ogni momento libero con notifiche, video e musica. Crede che stiamo perdendo la capacità di stare nel silenzio? Quanto è importante imparare ad ascoltare sé stessi?
Io ribalterei la domanda. L’adolescenza non è l’età in cui bisogna stare da soli con sé stessi: è l’età in cui si dovrebbe essere in giro con i propri coetanei.
Il vero problema è che oggi i giovani hanno pochissime occasioni per aggregarsi spontaneamente e costruire relazioni autentiche. Sarebbe importante che potessero ritrovarsi, confrontarsi e perfino mettere in atto un sano conflitto generazionale.
Questa società onlife ci manda un messaggio molto chiaro: le nuove generazioni non sono più trasgressive, non si oppongono più agli adulti. Quando stanno male, molto più spesso rivolgono l’aggressività verso sé stesse.
I dati ci dicono che i tentativi di suicidio, il ritiro sociale, gli atti di autolesionismo e i disturbi della condotta alimentare rappresentano oggi alcune delle principali modalità con cui i giovani esprimono il proprio dolore.
Non credo che il problema sia il silenzio. E nemmeno la noia, che spesso viene descritta come qualcosa di negativo. Personalmente non ho mai capito questa idea della noia: quando non fai nulla, spesso è proprio il momento in cui la mente lavora di più.
Il problema è che i ragazzi sono cresciuti in una società iperconnessa che non hanno scelto loro. Non sono stati loro a scrivere “vietato giocare a pallone” o a decidere di avere genitori che li accompagnano ovunque, perfino all’università.
Un tempo, già dai sette anni, si viveva spontaneamente il quartiere insieme ai propri coetanei. Oggi, invece, gli adolescenti costruiscono relazioni spontanee soprattutto online, perché fuori dalla rete non esistono quasi più luoghi in cui possano incontrarsi senza il controllo costante degli adulti.
Concludo chiedendole qual è il consiglio che darebbe ai ragazzi e ai genitori di oggi.
Il consiglio è quello di provare a costruire relazioni autentiche, nelle quali non si abbia paura di parlare della paura, della tristezza, della rabbia e del dolore.
Continuando a raccontarci che bisogna vedere sempre il bicchiere mezzo pieno e attribuendo ogni responsabilità ai social network, impediamo alle emozioni di essere condivise.
Oggi ciò che più si avvicina alla felicità è sentirsi davvero dentro una relazione autentica con qualcuno.
Il grande dramma della nostra società — e non lo dicono soltanto gli psicologi, ma anche le ricerche sociologiche e antropologiche — è che sempre più persone si sentono sole pur essendo circondate dagli altri.
