
Giovani senza futuro o futuro senza giovani?
Il paradosso di un Paese che invecchia mentre migliaia di ragazzi cercano nuove opportunità.
⸻
Un Paese che invecchia, mentre migliaia di giovani faticano a costruire il proprio futuro. È questa una delle grandi sfide che l’Italia è chiamata ad affrontare nei prossimi anni.
Secondo gli ultimi dati ufficiali Eurostat e Istat, l’Italia si attesta ancora oggi tra i Paesi europei con il maggior numero di giovani che non studiano e non lavorano (13,3%).
Peggio dell’Italia solo la Romania (19,2%), Bulgaria (13,8%) e Grecia (13,6%).
Siamo ancora sopra la media dell’Unione Europea, che è dell’11%, e lontani dall’obiettivo europeo di scendere sotto il 9% entro il 2030.
Tuttavia, negli ultimi anni, le statistiche dell’Istituto Toniolo e dell’ASviS registrano un netto miglioramento con un chiaro calo di 12,4 punti percentuali rispetto al 2015.
In una società in continua trasformazione, i giovani rappresentano una risorsa strategica per il futuro del Paese. Eppure, mentre cresce il rischio di una nuova fuga di cervelli, diventa sempre più urgente adottare politiche capaci di valorizzarne competenze e talenti.
Inoltre, i recenti dati dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) smontano un vecchio stereotipo: 6 NEET su 10 in Italia stanno attivamente cercando un lavoro. Questo dimostra un problema strutturale e un divario che necessita di trovare soluzioni concrete.
Per discutere delle possibili proposte istituzionali destinate a cambiare il futuro dei tanti ragazzi e ragazze di questo Paese, ho il piacere di intervistare la Vicepresidente del Senato Mariolina Castellone (M5S).
Chi è Mariolina castellone?
Mariolina Castellone è una senatrice del Movimento 5 Stelle e Vicepresidente del Senato della Repubblica. Medico e ricercatrice, ha portato nel suo percorso istituzionale una particolare attenzione ai temi della sanità, della ricerca, della formazione e delle nuove generazioni. Nel corso della sua attività parlamentare ha inoltre seguito diversi provvedimenti e iniziative riguardanti il mondo universitario e della formazione.

Intervista alla Vicepresidente del Senato Mariolina Castellone
L’Italia è ancora oggi tra i Paesi europei con il maggior numero di giovani che non studiano e non lavorano. Qual è la radice profonda di questo problema?
Credo che il primo errore sia considerare i NEET come una categoria omogenea e, soprattutto, attribuire ai giovani la responsabilità di questa condizione. Il dato secondo cui sei NEET su dieci cercano attivamente un lavoro ci dice esattamente il contrario: molto spesso non siamo di fronte a giovani che hanno rinunciato, ma a giovani ai quali il nostro Paese non riesce a offrire opportunità adeguate.
La radice del problema è quindi strutturale. Abbiamo un mercato del lavoro che per troppo tempo ha riservato alle nuove generazioni precarietà, bassi salari e scarse prospettive di crescita. A questo si aggiungono un sistema di orientamento ancora debole, un insufficiente raccordo tra scuola, università e mondo del lavoro e profonde disuguaglianze territoriali e sociali.
Il fenomeno, infatti, è particolarmente grave nel Mezzogiorno e colpisce maggiormente chi parte da condizioni economiche e familiari più fragili. Questo significa che in Italia il luogo in cui nasci e la famiglia da cui provieni condizionano ancora troppo le opportunità che avrai nella vita.
Per questo eviterei qualsiasi narrazione sui giovani “che non hanno voglia di lavorare”. Il problema vero è un Paese che troppo spesso chiede ai giovani di adattarsi alla precarietà invece di costruire le condizioni perché possano progettare il proprio futuro.
Quali interventi ritiene prioritari per ridurre il numero dei NEET e favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro?
Occorre intervenire contemporaneamente su formazione, lavoro e autonomia.
Innanzitutto bisogna contrastare la dispersione scolastica e rafforzare l’orientamento già negli ultimi anni della scuola, accompagnando i ragazzi nella scelta dei percorsi formativi e professionali. Serve poi un collegamento molto più efficace tra scuola, università, formazione professionale e sistema produttivo.
Ma non basta trovare “un lavoro”. La questione decisiva è la qualità del lavoro. Se a un ragazzo offriamo soltanto stage gratuiti, contratti di pochi mesi o stipendi che non consentono di pagare un affitto, non gli stiamo offrendo una reale possibilità di autonomia.
Per questo considero prioritari il salario minimo legale, il contrasto alla precarietà e agli stage gratuiti, incentivi realmente legati alla creazione di occupazione stabile e qualificata e maggiori investimenti nei settori capaci di generare lavoro ad alto valore aggiunto: ricerca, innovazione, transizione digitale ed ecologica, sanità e nuove tecnologie.
E occorre investire molto di più nei servizi pubblici per l’impiego e nelle politiche attive, perché un giovane non può essere lasciato solo nel passaggio dalla formazione al lavoro. Particolare attenzione va riservata al Mezzogiorno, dove la mancanza di opportunità produce un doppio impoverimento: economico e demografico.
Qual è l’impatto economico che un fenomeno simile ha sull’economia italiana e quali conseguenze rischia di avere nel lungo periodo?
Il costo è enorme e non è soltanto economico. Ogni giovane che vorrebbe studiare o lavorare e non riesce a farlo rappresenta un capitale umano che il Paese non sta valorizzando.
In un’Italia che invecchia e nella quale diminuisce la popolazione in età lavorativa, non possiamo permetterci di lasciare ai margini centinaia di migliaia di giovani. Significa minore occupazione, minore produttività, minori entrate contributive e fiscali e, nel lungo periodo, maggiori difficoltà nel sostenere il nostro sistema di welfare.
C’è poi una conseguenza forse ancora più profonda: l’incertezza sul futuro ritarda l’uscita dalla famiglia di origine, la possibilità di avere una casa e anche la scelta di avere dei figli. La questione dei NEET si intreccia quindi inevitabilmente con la crisi demografica.
Ma c’è anche un costo sociale e democratico. Quando un’intera generazione percepisce che impegno e competenze non bastano per migliorare la propria condizione, cresce la sfiducia nelle istituzioni e diminuisce la partecipazione alla vita collettiva. Una democrazia che perde i propri giovani diventa inevitabilmente più fragile.
Un’altra sfida destinata a incidere sul futuro dell’Italia è la fuga di molti giovani qualificati verso l’estero. Ritiene che il nostro Paese stia facendo abbastanza per valorizzare i propri talenti? E quali interventi considera prioritari per trattenere le nuove generazioni?
No, non credo che stiamo facendo abbastanza. E vorrei anche distinguere due fenomeni: andare all’estero per studiare, lavorare e fare esperienza è una straordinaria opportunità e fa parte di un’Europa realmente integrata. Il problema nasce quando partire non è più una scelta, ma diventa l’unico modo per avere uno stipendio adeguato, fare ricerca, costruire una carriera o vedere riconosciute le proprie competenze.
Parlo anche per esperienza personale: ho lavorato per tre anni all’estero come ricercatrice e per me è stato un passaggio fondamentale di crescita professionale e umana. L’esperienza internazionale arricchisce, apre la mente, permette di confrontarsi con sistemi più competitivi e spesso più meritocratici. Il punto, però, non è “non partire”, ma poter tornare. E tornare senza dover rinunciare a stipendi dignitosi, a percorsi di carriera chiari e a un sistema che riconosca davvero il merito.
L’Italia investe nella formazione di ragazzi e ragazze che poi troppo spesso mette nelle condizioni di produrre valore altrove. È una perdita enorme, soprattutto in un Paese che contemporaneamente affronta una grave crisi demografica.
Per invertire questa tendenza servono salari più alti, lavoro stabile e qualificato, maggiori investimenti in università e ricerca e percorsi di carriera fondati realmente sul merito. Dobbiamo creare un ecosistema nel quale chi ha un’idea, una competenza o un talento sappia di poterli sviluppare anche in Italia.
E c’è un tema che considero fondamentale: l’autonomia. Casa, trasporti, servizi e costo della vita sono ormai parte integrante delle politiche per il lavoro. Un giovane che guadagna 1.200 o 1.300 euro al mese nelle nostre grandi città, anche se formalmente occupato, spesso non è economicamente autonomo.
La sfida, quindi, non dovrebbe essere semplicemente convincere i giovani a restare. Dobbiamo costruire un Paese nel quale abbiano una ragione per farlo e, soprattutto, la libertà di scegliere. Perché quando un giovane parte per necessità e non per scelta, non perde soltanto lui un’opportunità: la perde l’Italia.
