La storia di Mahdia è una storia di coraggio, rinascita e libertà. Ma, soprattutto, è la storia di una ragazza che non ha mai smesso di credere nel proprio futuro.

Mahdia nasce in Afghanistan. È una giovanissima campionessa di taekwondo che vive in un Paese stretto nella morsa di una rigidissima teocrazia islamica sunnita, dove i talebani sono a capo di un regime che viola i diritti umani fondamentali.

L’ONU ha definito la situazione in Afghanistan come un vero e proprio «apartheid di genere», poiché la discriminazione è ormai istituzionalizzata e colpisce ogni aspetto della vita della popolazione, in particolare delle donne.

Qui la parola «futuro» sembra essere stata cancellata dall’agosto del 2021, quando i talebani hanno fatto ritorno al potere, oggi accentrato nelle mani del Leader Spirituale (Amir al-Mu’minin) e dei religiosi di Kandahar, in assenza di una costituzione formale di tipo repubblicano o democratico.

Oggi la vita in Afghanistan appare come un percorso segnato da privazioni e divieti: non esistono la libertà e la possibilità di immaginare un futuro diverso da quello che è stato severamente tracciato dalle forze talebane e dalla loro interpretazione della Sharia, in arabo «la via che porta alla fonte» o «il sentiero», l’insieme delle norme e dei principi religiosi che, secondo diverse interpretazioni, regolano la vita dei musulmani.

Mahdia, però, non ci sta.

Non accetta il fatto di dover vivere una vita piatta e sbiadita, di cui non può avere il controllo. Mossa dalla convinzione di poter tornare a sognare un presente dignitoso, decide di fuggire da quella che, ormai, non era più una vita, ma una prigionia: una reclusione dettata esclusivamente dal fatto di essere nata donna e di vivere in un Paese in cui il popolo non ha voce.

Il silenzio e la paura rimpiazzano il dialogo e la partecipazione. È in questo scenario che Mahdia riesce a scappare e a trovare, nell’associazione «Refugees Welcome Italia», una vera famiglia.

È proprio grazie a questa realtà che conosce una figura preziosa con la quale condivide tuttora la propria quotidianità: Alice, che abita nel quartiere Garbatella e cercava da tempo una persona che avesse bisogno di un alloggio e con cui condividere del tempo insieme.

Mahdia e Alice vivono insieme da tre anni. Una scelta che è andata ben oltre il periodo di un anno originariamente stabilito, grazie alla straordinaria complicità che si è creata tra le due. In un’intervista raccontano di «condividere la passione per lo sport e imparare ogni giorno tanto l’una dall’altra».

Mahdia oggi lavora, studia all’università e si prepara a diventare arbitro di taekwondo, la sua passione fin da piccolina.

Qui, in Italia, ha ritrovato la gioia di vivere, il coraggio di rinascere e la speranza di tornare a sognare.

Insomma, Mahdia ha ritrovato il vero significato di «vivere».

Per approfondire la sua storia e discutere della realtà in cui ancora oggi molte ragazze si trovano a vivere in Afghanistan, ho il piacere di intervistarla.

L’INTERVISTA

Mahdia, grazie per aver accettato il mio invito. Com’era la tua vita a Herat prima dell’arrivo dei talebani?

Herat è una città grande che offriva comunque tante possibilità. C’erano buone università, scuole e numerose accademie, diciamo accademie d’arte, di musica e di teatro. Era una città molto attiva, anche nel mondo dello sport.

Io sono cresciuta a Herat e lì ho finito la scuola superiore. Avevo una vita normale, quella di una ragazzina che studiava e che ogni giorno andava in palestra a praticare taekwondo. In quel periodo facevo anche parte della squadra nazionale dell’Afghanistan e avevo almeno due allenamenti al giorno, quindi, appena finivo la scuola, andavo subito in palestra.

All’inizio del 2021, appena ho finito la scuola, ho sostenuto quello che si chiama esame di concorso, un esame che si svolge in tutto il Paese dopo la scuola superiore per potersi qualificare ed entrare all’università. Mi sono qualificata e avevo scelto Business Administration all’Università di Kabul.

Il risultato dell’esame, però, lo abbiamo ricevuto quando io, i miei fratelli e le mie sorelle eravamo già in Italia, perché l’esame lo avevamo sostenuto verso la fine di febbraio, se non sbaglio, e i risultati sono usciti in agosto. Mi sembra che fossero usciti il 26 agosto e noi, quel giorno, eravamo in Italia già da quattro giorni.

Il ritorno dei talebani al potere, nell’agosto del 2021, ha segnato un cambiamento radicale nella vita e nelle regole del Paese. Cosa ha rappresentato per una giovane ragazza come te questa svolta così improvvisa? E cosa è cambiato concretamente nella tua vita da quel momento?

Il loro arrivo ha portato tanti cambiamenti. Nella mia vita, forse, meno rispetto alle persone che ancora vivono lì. Però uno dei cambiamenti più grandi è stato quello di dover vivere, o diciamo di essere costretta a vivere, in un’altra parte del mondo, lontano dalla mia famiglia e dai miei amici, soltanto per poter avere i diritti fondamentali che tutti gli esseri umani dovrebbero avere.

Ma nel Paese è cambiato tantissimo. Quello che sta accadendo oggi a noi afghane, a noi donne, non è stato una sorpresa, perché già sapevamo che cosa sarebbe potuto succedere se i talebani fossero un giorno arrivati al potere. Questa era una paura molto grande che avevamo.

Io, prima dell’agosto del 2021, non avevo mai visto i talebani con i miei occhi. Però avevo sempre sentito le storie raccontate dai miei genitori, soprattutto da mia madre, su come i talebani trattavano le donne e tutte le persone la prima volta che erano arrivati al potere in Afghanistan.

Ascoltando quelle storie, pensavo sempre a quanto dovesse essere doloroso vivere una realtà così. Non avevo mai pensato che un giorno avrei potuto vivere la stessa esperienza che aveva vissuto mia madre.

Noi eravamo una nuova generazione, una generazione che aveva tantissime speranze di poter portare cambiamenti positivi in Afghanistan e che vedeva davanti a sé la possibilità di un futuro molto migliore.

Pensavo a quanto sarebbe stato doloroso, ma non immaginavo che un giorno avrei potuto vivere anch’io questa esperienza.

Dal giorno in cui loro sono entrati, con la paura che hanno creato, le donne e le famiglie si sono tutte spaventate. C’erano tante donne che non volevano accettare le restrizioni e le limitazioni che i talebani volevano imporre: negare il diritto alla scuola e all’università, impedire alle donne di entrare nei luoghi di lavoro e chiudere le palestre femminili.

Tantissime donne sono scese in piazza per protestare, chiedendo i propri diritti e dicendo che questa discriminazione non doveva esistere. Ma le famiglie, i genitori, erano tutti molto spaventati e queste proteste non sono state sostenute dall’intera società.

Erano poche donne, magari cento o duecento persone al massimo. Piano piano, queste proteste sono state represse. Tante persone sono state arrestate e portate in prigione. Alcune sono ancora oggi in carcere e a quelle che sono state poi liberate è stato detto che, se avessero svolto di nuovo le stesse attività, sarebbero state arrestate non solo loro, ma anche tutta la loro famiglia e tutte le persone con cui erano in contatto.

Tutte queste cose fanno paura. Oggi è un rischio molto grande e, in una situazione come questa, forse le persone non vogliono correre ulteriori rischi.

I cambiamenti sono tantissimi e la maggior parte riguarda le donne. Come ho già detto, dalla scuola alla palestra, dal lavoro fino all’eliminazione delle donne dalla vita pubblica e dalla politica, cioè dai luoghi in cui vengono prese le decisioni per l’intera popolazione.

Non c’è neanche una donna che rappresenti noi. Le decisioni vengono prese dai talebani sulla base della loro interpretazione della Sharia e tutte le loro limitazioni e restrizioni riguardano soprattutto le donne.

Qual è oggi la condizione delle donne sotto il regime talebano? Quali sono le principali regole e restrizioni che devono rispettare nella loro vita quotidiana?

Le restrizioni iniziano proprio dal momento in cui si svegliano, perché non hanno neanche la possibilità di scegliere se uscire di casa. Se esci, soprattutto se sei una ragazza giovane e non sei accompagnata da tuo padre o da tuo fratello, ti fermano per strada e ti chiedono: «Perché sei uscita? Perché sei in strada? Perché non sei a casa?».

Non hai il diritto di scegliere come vestirti, cosa indossare e neanche quale colore mettere. Anche se indossi, non so, un colore rosso, arancione o verde chiaro, soprattutto in estate, ti possono chiedere perché hai scelto un colore che attira l’attenzione degli uomini.

Le limitazioni iniziano proprio da qui. Poi arrivano alle cose più grandi che tutti conosciamo: le scuole sono chiuse e le università sono chiuse.

Le donne non hanno la possibilità di scegliere il proprio percorso di vita, di avere un lavoro e di poter essere indipendenti dall’uomo della famiglia. Perché, se una donna non ha il diritto di lavorare, come può mantenersi?

Rimane sempre dipendente dai propri genitori, dal padre, dal marito o dal fratello per poter sopravvivere. Non può mai essere veramente indipendente.

E cosa rischia una donna che decide di trasgredire, oppure che infrange inconsapevolmente, una delle regole imposte dal regime? A quali conseguenze può andare incontro?

Prima di tutto, se sei una ragazza ed esci di casa, indossi un colore che non dovresti indossare, hai il velo un pochino indietro e si vedono alcuni capelli, hai un po’ di trucco o svolgi un’attività che è stata vietata dai talebani, possono arrestare te e, insieme a te, anche i tuoi genitori. Se i genitori non sono vivi, possono arrestare i fratelli.

Loro dicono che, se questa ragazza ha avuto la possibilità di fare una cosa che non avrebbe dovuto fare, significa che aveva il permesso dei suoi genitori o dell’uomo della famiglia.

Quindi, se questa persona commette un crimine, intendo secondo la definizione di crimine dei talebani, vengono coinvolti anche i genitori.

Ti faccio solo un piccolo esempio per capire meglio. Una mia amica, poco fa, è stata arrestata perché andava ad allenare delle ragazze. Insieme a lei hanno arrestato suo padre e il proprietario della palestra dove lei affittava uno spazio per allenarsi. Hanno arrestato tutti e tre.

Hanno chiesto a suo padre: «Perché hai dato il permesso a tua figlia di praticare sport?». Poi hanno chiesto al proprietario del posto: «Tu, sapendo che noi non permettiamo questo tipo di attività, perché hai affittato questo spazio a questa ragazza?».

Alla fine, questa ragazza viene portata davanti a un tribunale e le viene chiesto perché sta facendo queste attività. Poi chiedono una garanzia, composta da due parti.

La prima consiste nel pagamento di una somma di denaro. La seconda consiste nel firmare un documento in cui questa persona dichiara che non svolgerà mai più queste attività. Se lo farà di nuovo, insieme a lei verrà arrestata tutta la famiglia.

Quindi non solo i genitori o il padre, ma l’intera famiglia.

Questi sono i primi rischi che riguardano le donne. Poi quello che succede in prigione è ancora più terribile perché, purtroppo, le prigioni dei talebani non rispettano gli standard che, in teoria, dovrebbero essere rispettati.

In una stanza che dovrebbe ospitare due persone vivono più di venti donne. Ci sono anche donne incinte che, quando devono partorire, partoriscono lì in prigione, senza un medico e senza una persona che possa controllare la loro salute.

Inoltre, se sei stata arrestata per aver praticato sport, aver partecipato a proteste o essere scesa in piazza per parlare contro i talebani, in prigione puoi subire anche violenze da parte dei talebani.

Cosa si rischia di perdere davvero quando a una donna viene tolto il diritto di studiare?

Io penso che, ovviamente, il futuro di una persona venga garantito, come primo passo, attraverso l’educazione e la scuola.

Se la scuola viene negata a una ragazza, questa ragazza cresce senza la consapevolezza dei propri diritti, senza conoscere il mondo che esiste fuori dalla cucina, fuori dalla propria casa e senza conoscere tutte le realtà e le possibilità che il mondo offre.

Cresce con una visione molto limitata. E questo fa pensare che, se a tutte le donne di un intero Paese viene negato l’accesso alla scuola, tutte cresceranno con una visione molto limitata.

Ed è proprio questa visione che fa paura. Fa paura sia per noi, come generazione di oggi, ma soprattutto per le generazioni che verranno dopo di noi. Perché, se anche loro cresceranno con questa visione, allora non ci sarà più speranza di migliorare il Paese.

Come sei riuscita a fuggire da Herat? Sei partita da sola o insieme alla tua famiglia? E che cosa hai provato in quel momento?

Io ero in palestra, mi sembra all’inizio di agosto del 2021, perché stavamo preparando una gara fuori dal Paese. Dopo l’allenamento ho guardato il cellulare e ho visto che mia sorella, che viveva a Kabul, mi aveva chiamato più di dieci volte.

Appena ho visto le chiamate, l’ho richiamata e le ho chiesto: «Che cosa sta succedendo?», perché ero in palestra e non avevo sentito il telefono.

Lei mi ha detto che i talebani erano molto vicini e che, molto probabilmente, quel giorno sarebbero entrati nella città. Poi mi ha chiesto di prendere mia sorella, che ha due anni più di me, e di andare direttamente all’aeroporto di Herat.

Mi ha detto: «Io ho già fatto i biglietti. Basta che riuscite a entrare in aeroporto, prendete il volo e venite a Kabul».

Noi avevamo questa idea soltanto per andare, non so, per una settimana o due settimane a Kabul e poi, quando i militari del governo avrebbero ripreso la situazione sotto controllo, saremmo tornate a Herat.

Con questa idea siamo partite.

Quel giorno, quando sono tornata dalla palestra a casa, i miei genitori non c’erano perché erano al lavoro. Ho preso mia sorella e siamo andate in aeroporto.

Quindi quel giorno non ho visto neanche i miei genitori, perché la mattina mi ero svegliata molto presto per andare in palestra e, quando sono tornata verso mezzogiorno, loro non c’erano.

Siamo andate in aeroporto, abbiamo preso il volo e siamo andate a Kabul.

Siamo rimaste due settimane a Kabul e poi, piano piano, i talebani hanno conquistato le altre città e si sono avvicinati alla capitale. Il 15 agosto hanno preso anche Kabul e tutto il potere.

Quel giorno è stata la prima volta che, dalla finestra della casa di mia zia, ho visto i talebani con la loro bandiera e con le macchine militari.

Quando li ho visti per la prima volta, quando ho visto quella bandiera bianca, non ho parole per spiegare quello che ho provato. Forse posso dire che ero molto, molto dispiaciuta.

Mi sembrava che il mondo fosse finito lì, che tutto fosse finito. Quelle poche speranze che avevamo, sperando che i militari combattessero contro di loro e non li facessero entrare, in quel momento erano finite.

Quando ho visto quella bandiera e loro che passavano con le macchine per le strade davanti alla casa di mia sorella, in una strada che normalmente era sempre piena di macchine e di traffico, quel giorno era tutto vuoto.

C’erano soltanto loro che giravano per la città.

Mi sono spaventata tantissimo. Ero lì in piedi e non riuscivo neanche a muovermi. Pensavo che i miei piedi non funzionassero più, che non sarei riuscita a camminare.

È stata mia sorella a portarmi lontano dalla finestra, perché mi ha detto: «È pericoloso. Se iniziano a sparare, è meglio che rimani lontana dalla finestra».

Siamo rimaste un’altra settimana sotto il loro regime. Per un’intera settimana siamo state sempre a casa. Usciva soltanto mio fratello per fare la spesa e poi tornava subito a casa.

In città non vedevo nessuno camminare, nessuno andare da qualche parte. Tutti gli uffici erano chiusi. Tutto era chiuso, tranne alcuni piccoli negozi e pochi supermercati.

Tutto il resto era chiuso perché tutti erano spaventati e bloccati nelle loro case.

Dopo una settimana, mia sorella, che prima lavorava presso l’ambasciata della Turchia e in quel momento lavorava con il precedente governo, ha ricevuto una chiamata dall’ambasciata che voleva evacuare lei.

Lei ha detto: «Io sono a casa con altri cinque fratelli e sorelle e senza di loro non voglio partire».

Poi hanno fatto in modo che tutti e cinque riuscissimo a entrare in aeroporto.

La Turchia non stava effettuando evacuazioni direttamente verso la Turchia, ma collaborava con altre ambasciate e tra queste c’era anche l’Italia.

Abbiamo ricevuto questa chiamata alle dieci e, alle dodici, siamo uscite di casa. Alle sei del mattino eravamo già in aeroporto.

Quando siamo entrati in aeroporto, ci hanno detto che quel giorno sarebbero partiti tre voli. Il primo andava verso l’Italia, il secondo verso un’altra destinazione e il terzo verso gli Stati Uniti.

Eravamo molto spaventati, pieni di stress e di preoccupazione. Abbiamo detto che, per noi, non era importante dove sarebbe andato il volo. Anche se il primo volo fosse andato in Pakistan, per noi sarebbe andato bene: bastava uscire da quella situazione.

Abbiamo detto che avremmo preso il primo volo e il primo volo era diretto verso Roma.

Il 22 agosto siamo arrivate a Roma.

Dopo il tuo arrivo in Italia, come sei riuscita a conoscere Refugees Welcome Italia e, attraverso questa esperienza, Alice, con cui oggi condividi la tua quotidianità?

Siamo arrivate a Roma e poi ci hanno portato per dieci giorni in quarantena, perché era il periodo del Covid. Siamo state in un campo militare e, dopo dieci giorni, abbiamo fatto gli esami ed eravamo tutte negative.

Siamo state quindi portate a Genova, dove ho vissuto per un anno.

In quegli anni seguivo le pagine social di Refugees Welcome Italia e un giorno ho visto che avevano un programma, non sono sicura del nome, forse si chiamava Community Matching.

L’obiettivo era far conoscere una persona italiana a una persona straniera che cercava di integrarsi, conoscere nuove persone, praticare la lingua e conoscere la cultura.

Io, vivendo a Genova, almeno per me in quel momento e non parlando italiano, avevo possibilità molto limitate di conoscere nuove persone. Mi sono quindi registrata attraverso il link che avevo trovato sulle loro pagine social.

Sono sempre rimasta in contatto con loro, anche durante l’anno che ho vissuto a Genova.

Poi mi sono trasferita a Roma e ho vissuto qui altri due anni. In questi anni sono rimasta sempre in contatto con loro, partecipando a qualche attività e conoscendo tante altre persone attraverso questa associazione.

Ho trovato tanti amici e tante amiche. Tra queste c’è anche Alice.

Noi ci troviamo bene insieme perché, forse, siamo diverse, ma allo stesso tempo siamo anche molto simili.

Siamo tutte e due tranquille e condividiamo tante cose insieme: dallo sport alle attività sportive, fino alle ricette che prepariamo. Alcune sono italiane, alcune sono ricette afghane e poi cerchiamo anche di imparare a cucinare insieme altre ricette.

Festeggiamo le feste insieme, trascorro molto tempo con lei e con i suoi genitori e usciamo insieme.

Sono queste piccole cose che rendono la vita bella.

Com’è cambiata la tua vita oggi rispetto a quella che conducevi in Afghanistan? Che cosa significa per te poter finalmente studiare, lavorare e continuare a coltivare la tua passione per il taekwondo?

Io studiavo anche quando ero in Afghanistan. Per fortuna, negli anni in cui vivevo lì non c’erano limitazioni sullo studio o sulla possibilità di praticare sport.

Ero abbastanza libera, diciamo completamente libera, di scegliere quello che volevo fare.

Negli ultimi anni, che erano anche gli anni importanti in cui una persona decide che cosa vuole fare e che cosa vuole studiare, non ho mai avuto problemi. Per fortuna avevo una famiglia molto aperta che mi permetteva di scegliere e di fare le cose in base alle mie passioni.

Qui in Italia sono molto grata e molto contenta delle possibilità che il paese mi ha offerto, sia nel mondo dello sport, potendo continuare a praticarlo e avendo oggi una squadra nella quale mi trovo molto bene, sia soprattutto per quanto riguarda lo studio.

Iniziare l’università era una delle mie priorità quando vivevo ancora in Afghanistan. Quando mi sono trasferita qui, anche mio padre mi diceva sempre che, per me, la priorità in questi anni doveva essere studiare, frequentare l’università e concentrarmi su me stessa.

Ora che vivo in un luogo in cui ho questa possibilità, mi sento molto bene e molto grata.

È una cosa che non do’ per scontata. So quanto sarebbe difficile non poter avere questo diritto.

Per me vale tantissimo e sono molto grata.

Dopo tutto quello che hai vissuto, che cosa significa oggi per te la parola «libertà»?

La libertà la vedo e la sento praticamente in ogni cosa che faccio, anche nell’azione più semplice della mia quotidianità.

Ogni mattina, quando mi sveglio e posso decidere come vestirmi, se truccarmi, dove andare e, soprattutto, poter uscire di casa, andare al lavoro, alle lezioni, in palestra o semplicemente fare una passeggiata in centro o al parco.

Sono gesti che possono sembrare piccoli e scontati, ma per me rappresentano proprio la libertà: la possibilità di scegliere.

Forse ho iniziato a dare ancora più valore a queste piccole libertà pensando alla realtà di tante persone e soprattutto di tante donne che oggi non hanno nemmeno la possibilità di fare queste scelte, che possono sembrare molto semplici e molto scontate.

Penso alle persone che non hanno nemmeno la possibilità di uscire liberamente di casa.

E quando penso semplicemente al luogo in cui sono nata e al fatto che oggi avrei potuto vivere anch’io quella realtà, mi rendo conto di quanto quelle che per me sembrano cose normali, o che qui dove vivo adesso sembrano normali, siano in realtà dei privilegi enormi.

E questo, per me, significa tantissimo.

Poi c’è una libertà ancora più grande rispetto a questi gesti quotidiani: riguarda il modo in cui scelgo di vivere nella società.

La libertà di avere un’opinione, di parlare, di partecipare e di impegnarmi per la mia vita, per la comunità e per il Paese in cui vivo.

La possibilità di decidere non solo che cosa fare della mia vita, ma anche come contribuire a migliorare la situazione per gli altri.

Mentre dico questo, penso anche alle mie amiche e alle mie compagne di squadra che sono ancora in Afghanistan.

Molte di noi hanno il desiderio e la volontà di essere parte del cambiamento e di fare qualcosa di positivo per la società. Ma, per poterlo fare, bisogna prima avere la libertà di scegliere, di parlare e di partecipare.

Forse è proprio questo il significato più profondo della libertà: non dare per scontato ciò che possiamo fare ogni giorno.

Perché, forse, per tante persone nel mondo, quelle stesse piccole possibilità sono ancora un sogno.

Qual è oggi la tua speranza per il popolo afghano? E qual è il messaggio che senti di voler lanciare ai tanti giovani che, come te, sono costretti a lasciare la propria terra per poter sognare un futuro migliore?

La mia speranza per il mio popolo è che un giorno possa comprendere e, soprattutto, avere la possibilità di essere protagonista del cambiamento del proprio Paese.

Credo che i cambiamenti più giusti e più stabili, quelli che possono davvero servire a costruire un futuro per la popolazione, debbano nascere dall’interno del Paese e debbano essere portati avanti dai cittadini.

Però oggi, in Afghanistan, il problema è che per tante persone pensare a un cambiamento politico e sociale è quasi impossibile, perché la priorità è semplicemente sopravvivere.

Quando una persona deve preoccuparsi ogni giorno di trovare da vivere, della sicurezza, del lavoro o di proteggere la propria famiglia, diventa molto difficile pensare al futuro e immaginare di poter contribuire a un cambiamento nel proprio Paese.

Quindi sì, io ho speranza, ma ho una speranza particolare, soprattutto per le donne in Afghanistan.

Per tanti anni, e in modo ancora più drammatico negli ultimi anni, sono state tra le principali vittime della guerra, delle discriminazioni, delle restrizioni e di una forma di apartheid di genere che limita molto la loro libertà e la loro presenza nella società e nella vita pubblica.

La mia speranza è che un giorno queste donne afghane possano recuperare pienamente i loro diritti, gli stessi diritti fondamentali che spettano a ogni essere umano, e possano finalmente scegliere per se stesse e decidere della propria vita.

Perché non credo che in nessun Paese possa esistere un futuro migliore senza la partecipazione delle donne.

E, ovviamente, non si può costruire una società e neppure un governo stabile e rappresentativo escludendo metà della popolazione, anzi una parte ancora più grande, dalla possibilità di studiare, lavorare, decidere e partecipare.

Queste sono le speranze che ho per le donne e per il futuro del mio Paese.