Padre Enzo Fortunato - San Francesco 800 anni di luce

La vita di San Francesco non è la storia di un santo lontano, ma quella di un uomo che si è avvicinato a Dio a piccoli passi, proprio come farebbe qualsiasi fedele.

Un uomo con le sue fragilità, le sue insicurezze, le sue paure e i suoi dubbi.

Un uomo proprio come noi che ha avuto il coraggio di lasciarsi trasformare da Dio, spogliandosi non solo della sua ricchezza ma anche di ciò che, a distanza di secoli, continua a gravare sulle spalle di ciascuno di noi: il peso dello sguardo altrui.

Nel corso della sua vita Francesco scopre una verità destinata a cambiare tutto: a volte nel caos che vi è dentro e fuori di noi basta imparare ad ascoltare una voce capace di fare luce dentro di noi stessi. La voce di Dio. La voce di chi, senza chiedere nulla, vuole donarci tutto e renderci capaci di essere testimoni della sua pace, del suo amore, della sua misericordia.

Mosso da questa volontà, il giovane Francesco, all’età di 24 anni, nel 1206, si spoglia davanti al Vescovo di Assisi e al padre Pietro di Bernardone, rinunciando ai suoi beni e ai suoi abiti per consacrarsi completamente a Dio.

Infiammato dall’amore di Cristo sente la necessità di imitare lo stile di vita di Gesù e dei suoi apostoli.

Nei mesi successivi, l’esempio di Francesco attirò i primi compagni (Bernardo di Quintavalle, Pietro Cattani e altri). Quando il gruppo raggiunse il numero di dodici, Francesco sentì la necessità di non essere più un predicatore isolato, ma di dare una regola comune a quella neonata fraternità, portandola a Roma da Papa Innocenzo III per ricevere l’autorizzazione ufficiale a predicare.

Nel 1226 Francesco muore e, due anni dopo, nella sua Assisi, Papa Gregorio IX lo proclama Santo.

Il giorno successivo alla proclamazione, il 17 luglio 1228, lo stesso Papa pose la prima pietra per la costruzione della celebre Basilica di San Francesco ad Assisi, destinata a custodirne le spoglie.

Ancora oggi, a distanza di ottocento anni, riecheggia l’immensa eredità di un uomo che ha saputo fare della sua vita un “Sole”, come lo definì Dante, capace di illuminare il mondo, dimostrando che la vera ricchezza sta nel farsi poveri per amore.

Per approfondire la straordinaria figura di San Francesco d’Assisi ho il grande piacere di intervistare Padre Enzo Fortunato, frate francescano conventuale, giornalista e saggista, tra i più autorevoli divulgatori del messaggio francescano in Italia. Già direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, è oggi uno dei volti più noti della Rai: conduce il programma In Cammino su Rai 3 insieme alla giornalista Giulia Nannini e, nel fine settimana, affianca Mario Prignano alla guida di TG1 Dialogo, lo storico approfondimento religioso del TG1. Autore di numerosi libri dedicati a San Francesco, alla spiritualità e al dialogo con il mondo contemporaneo, attraverso il suo impegno culturale, giornalistico e pastorale continua a raccontare l’attualità del carisma francescano, contribuendo ad avvicinare soprattutto le nuove generazioni ai valori del Santo di Assisi.

Padre, chi è Francesco d’Assisi e che eredità ha lasciato?

Francesco d’Assisi è un uomo, è un amico, è un santo.

È un uomo che ha realizzato pienamente la propria umanità, compiendo quel passaggio necessario di cui parlavano i Padri della Chiesa: dalla filautia, cioè l’amore per sé stessi, alla filocalia, all’amore per gli altri, per Dio e per l’umanità. È la piena realizzazione della persona e passa necessariamente attraverso una profonda conversione esistenziale.

È anche un amico, perché ti fa sentire accolto. Tutto ciò che Francesco esprime attraverso la sua umanità possiede il calore e la bellezza dell’amicizia. Sai di trovare sempre un fratello pronto ad accoglierti.

Ma Francesco è soprattutto un santo: un uomo completamente abitato da Dio. A livello esistenziale ha vissuto il passaggio dall’«io» al «noi»; a livello spirituale, la sua santità nasce dalla ricerca di Dio fino alla piena trasformazione in Cristo.

Possiamo descriverlo con le parole di san Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). La stigmatizzazione ricevuta alla Verna rappresenta il sigillo di questa trasformazione.

Ci sono momenti che segnano profondamente la storia di Francesco. Uno fra questi è la guerra tra Assisi e Perugia, culminata nel 1202 nella battaglia di Collestrada. Perché quella sconfitta rappresenta uno spartiacque nella sua vita e cosa cambia davvero nel cuore di Francesco?

La sconfitta di Collestrada, per il giovane Francesco — quel “playboy” del Medioevo, come lo definì Benedetto XVI — rappresenta una ferita profonda, una messa in discussione dell’intera impalcatura della sua esistenza.

È un passaggio interessantissimo, che continua a parlare anche a noi oggi. Ci ricorda che ogni uomo è chiamato a fare i conti con la sconfitta, con il fallimento, con la delusione, con il tradimento, con la solitudine e con l’isolamento.

Solo quando queste esperienze diventano il passaggio verso qualcosa di nuovo scopriamo di possedere dentro di noi risorse interiori, forze endogene, capaci di ricucire e risanare le ferite della vita, trasformandole in straordinarie opportunità.

Per Francesco è stato proprio così. Comprende che i valori autentici, quelli che donano una gioia vera e duratura, sono ben altri.

Questo episodio continua a interrogarci anche oggi, perché ci accorgiamo che molti giovani non sono stati educati al sacrificio, alla sofferenza e al fallimento. Purtroppo le cronache quotidiane ci raccontano tragedie che spesso nascono proprio dall’incapacità di affrontare la sconfitta.

A volte i genitori finiscono per diventare i sindacalisti dei figli invece che i loro educatori e accompagnatori. Dovrebbero invece camminare accanto a loro, aiutandoli a comprendere quanto proprio le delusioni, i momenti bui, la sofferenza e persino un brutto voto possano diventare occasioni preziose di crescita.

Si può dire che proprio nel silenzio della prigionia Francesco inizi a riconoscere la presenza di Dio? Quanto è importante, anche per noi oggi, attraversare i momenti di crisi senza fuggirli?

È proprio ciò che abbiamo appena detto.

Il silenzio è una risorsa preziosa. Oggi, invece, sembra quasi che ne abbiamo paura. Continuiamo ad accavallare parole su parole, costruendo le nostre moderne torri di Babele.

Il silenzio, invece, ci aiuta a progettare, a fare ordine nella nostra vita, a domandarci quale sia davvero la scala dei nostri valori.

L’episodio di San Damiano cambia profondamente la vita di Francesco. Che cosa accade? Crede che quel Crocifisso parli ancora oggi a chi si sente “in rovina”?

Oggi le proiezioni che facciamo sono quasi tutte legate all’esteriorità. Tuttavia ci sono alcuni segnali che fanno ben sperare.

In questo periodo, ad esempio, si dice che i grandi marchi del lusso siano in difficoltà, mentre stanno crescendo i prodotti artigianali, fatti a mano, a chilometro zero. La gente si sta accorgendo che spesso spendeva denaro soltanto per un’apparenza senza senso e ha riscoperto il valore dell’autenticità.

Questo è un segnale importante.

A noi spetta il grande compito di aiutare ogni persona a comprendere che, accogliendo quell’invito nato nel silenzio e nella preghiera — «Va’ e ripara la mia casa» — tutti possiamo diventare protagonisti di un mondo migliore.

Il Signore è il primo a credere nelle nostre possibilità e ci affida proprio questo compito: essere uomini e donne che riparano.

Ricordo una bellissima riflessione del sociologo Domenico De Masi. Davanti alla tunica di San Francesco, piena di rattoppi, disse: «Oggi viviamo nella cultura dell’usa e getta: non ripariamo più nulla, dalle cose alle relazioni».

È la cultura dello scarto.

Accogliere oggi l’invito di San Damiano significa diventare protagonisti di un mondo migliore. Ma i primi a dover credere nella possibilità di essere “riparatori” dobbiamo essere proprio noi.

Come si vince oggi la paura dello sguardo altrui e il peso delle aspettative familiari?

Vincere la paura dello sguardo altrui è una delle grandi sfide del nostro tempo.

Penso, ad esempio, alla recente decisione della Francia di limitare l’accesso ai social network per i più giovani. Ci stiamo accorgendo di come questo “grande fratello” rappresentato dai social stia condizionando profondamente le nostre vite, pur contenendo anche tante potenzialità positive.

Superare la paura dello sguardo degli altri significa anche saper dire: «Lascio per un momento i social e torno a parlare con le persone che mi stanno accanto».

Ricordo una frase letta all’ingresso di un ristorante: «Qui il Wi-Fi non c’è, perché ci siete voi.»

Ecco, recuperare questa dimensione significa imparare ad accoglierci per quello che siamo, guardarci negli occhi e comprendere che proprio le fragilità che portiamo dentro possono diventare la parte più preziosa della nostra vita e il punto di partenza di uno straordinario cambiamento.

Chi crede nel proprio valore e nelle proprie possibilità non avrà paura dello sguardo degli altri.

Se tornasse Francesco, quale messaggio darebbe ai tanti giovani che vivono dubbi, paure e insicurezze?

Credo che ciascuno di noi, incontrando San Francesco, saprebbe qual è la parola di cui ha bisogno.

Francesco non è l’uomo delle parole rivolte indistintamente a tutti; è l’uomo della parola personale, capace di raggiungere ciascuno nel proprio cuore.

Per questo usa sempre il singolare: vuole farti sentire amato, accolto e valorizzato.

Oggi la parola più urgente è “fratello”.

Viviamo in una società dominata dai leoni da tastiera, dall’aggressività, dall’odio e dalla guerra. Per questo la parola “fratello” è oggi la più urgente e, nello stesso tempo, la più desiderata.

I giovani hanno dimostrato e continuano a dimostrare di non essere bottiglie da riempire, ma fiaccole da accendere.

Per questo dico ai giovani: accendi la tua luce e il buio si diraderà.

Se dovesse accompagnare un pellegrino ad Assisi, quali luoghi gli farebbe visitare e quale esperienza spirituale spererebbe che portasse con sé?

Lo accompagnerei davanti al Crocifisso di San Damiano. Sono certo che lì ascolterebbe ancora oggi l’invito di quell’Amore crocifisso.

Poi lo accompagnerei sulla tomba di San Francesco e sono altrettanto certo che farebbe proprie le ultime parole del Santo: «Io ho fatto la mia parte; Cristo vi insegni la vostra.»

Ma, soprattutto, sono convinto che sentirebbe una voce capace di dirgli una sola cosa:

«Che cosa aspetti?»