C’è chi ha attraversato le fiamme dell’inferno, visto con i propri occhi il sangue di centinaia di migliaia di innocenti, sentito sulla propria pelle il freddo gelido della morte che, come un fantasma, ha incusso terrore.

La storia di Mohammed è quella di un fiore che sboccia fra le macerie: una giovane vita soffocata da tanto dolore e odio, ma che, a distanza di mesi, ha avuto il coraggio di raccontarsi per cercare di ritrovare quella libertà che gli è stata sottratta.

A Gaza la situazione umanitaria resta drammatica. Mancano acqua potabile, servizi sanitari, abitazioni, energia, carburante e beni essenziali. Nonostante l’accordo di cessate il fuoco raggiunto nell’ottobre del 2025, la popolazione continua a vivere in un clima di profonda precarietà e paura.

Le lacrime della popolazione palestinese bagnano il terreno arido di Gaza City, ma in questo scenario c’è ancora chi, nonostante abbia perso tutto, prova a immaginare un domani diverso.

È la voce di Mohammed, 20 anni, giovane palestinese che ha vissuto sulla propria pelle la guerra, a raccontare cosa significa crescere in un luogo in cui la quotidianità è stata stravolta e la speranza sembra spesso un atto di coraggio. La sua non è soltanto una testimonianza del dolore, ma il racconto di una vita che, nonostante tutto, continua a cercare uno spazio per respirare, sognare e guardare oltre le macerie.

Ho avuto l’onore di intervistare Mohammed che tuttora si trova a Gaza e, attraverso la sua esperienza, abbiamo cercato di ricostruire uno sguardo diretto sulla realtà del conflitto e sulle conseguenze che la guerra continua ad avere sulla vita di chi la vive ogni giorno.

L’intervista

Mohammed, grazie per aver accettato il mio invito. Com’era la tua vita a Gaza prima della guerra? Quali erano i tuoi sogni e i tuoi progetti per il futuro?

Sono nato il 15 ottobre 2005 nel campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza, uno dei più grandi campi profughi palestinesi. La mia famiglia è composta da sei persone e abbiamo sempre vissuto una vita molto semplice, ma allo stesso tempo difficile e piena di sfide.

Sono cresciuto e ho studiato nelle scuole dell’UNRWA, che ha rappresentato una parte fondamentale della nostra vita. Dipendevamo dall’UNRWA per l’istruzione, l’assistenza sanitaria e alcuni aiuti e servizi di base. Nonostante la semplicità e le difficoltà della nostra vita, ho sempre cercato di sognare un futuro migliore. Credevo che l’istruzione potesse essere la strada per cambiare la mia vita e quella della mia famiglia.

Ho terminato la scuola superiore circa tre mesi prima dell’inizio della guerra. Avevo circa 17 anni e mi trovavo all’inizio di una nuova fase della mia vita. Pensavo molto al mio futuro e volevo andare all’estero per continuare i miei studi e costruirmi un futuro migliore. Avevo già iniziato a preparare tutto per il viaggio, avevo fatto il passaporto e mi sentivo emozionato perché pensavo di essere vicino a iniziare una nuova vita e a realizzare alcuni dei miei sogni.

Ma poi, improvvisamente, è scoppiata la guerra e tutto è cambiato in un solo momento. Non mi aspettavo assolutamente che potesse accadere, ed è stato un trauma enorme per me. Ricordo di essere rimasto sconvolto e di aver pianto molto. All’inizio non riuscivo nemmeno a comprendere quello che stava succedendo intorno a noi. Con il passare del tempo, ho iniziato a capire che la situazione era molto più grave di quanto immaginassi e che avrebbe avuto conseguenze enormi sulla nostra vita e sul nostro futuro.

In quel momento ho sentito che i sogni che avevo costruito negli anni erano improvvisamente scomparsi. Viaggiare, andare all’università, continuare gli studi e costruire il futuro che avevo immaginato per me: tutto sembrava diventato improvvisamente lontano. Non pensavo più alla scuola o al viaggio. La mia preoccupazione principale era diventata la mia famiglia: come proteggerci? Come trovare un posto sicuro? Come sopravvivere a questa guerra?

Per me è stato un cambiamento molto doloroso. In poco tempo sono passato dall’essere un ragazzo di circa 17 anni che pensava all’università, ai viaggi e al proprio futuro, a una persona che ogni giorno pensava alla sopravvivenza e alla sicurezza della propria famiglia. La guerra non ci ha tolto soltanto la sicurezza, ma ha cambiato il nostro modo di pensare e di vivere, costringendoci a mettere da parte i nostri sogni e a concentrarci sulla sopravvivenza.

Nonostante tutto quello che è successo, cerco ancora di aggrapparmi alla speranza. Spero ancora di poter tornare un giorno a studiare, di realizzare i sogni che la guerra ha interrotto, di vivere una vita normale e sicura e di poter costruire un futuro migliore per me e per la mia famiglia.

Il 7 ottobre 2023 è iniziata una guerra che ha sconvolto la tua vita e quella della tua famiglia. Tu dove eri e cosa hai provato in quei primi momenti?

Fin dai primi giorni della guerra, abbiamo lasciato la nostra casa pensando che saremmo tornati dopo un mese, o al massimo dopo tre mesi. Non avremmo mai immaginato che la nostra partenza sarebbe durata così a lungo e che la nostra vita sarebbe cambiata in modo così radicale.

Siamo stati sfollati dal nord della Striscia di Gaza, dal campo profughi di Jabalia, sotto i bombardamenti, nel terrore e nella paura, mentre ogni giorno vedevamo e sentivamo parlare di un numero enorme di vittime. Ci siamo diretti verso il sud della Striscia di Gaza, a Khan Younis, dove abbiamo cercato rifugio presso il Gaza Training College dell’UNRWA, che ospitava un numero enorme di persone sfollate.

Abbiamo lasciato la nostra casa portando con noi pochissimo: alcuni vestiti e poche cose essenziali dentro uno zaino. È stato da quel momento che è iniziata la vera sofferenza dello sfollamento.

La nostra vita è diventata improvvisamente estremamente precaria. Dormivamo per terra e abbiamo costruito una semplice tenda con alcuni pezzi di legno e teli di plastica. Non c’erano bagni adeguati, materassi, abbastanza vestiti, elettricità o beni di prima necessità.

Ogni giorno dovevamo chiederci: dove possiamo trovare acqua potabile? Dove possiamo ricaricare il telefono? Come possiamo procurarci del cibo? Anche ottenere un sacchetto di pane era diventato una lotta quotidiana. Restavamo in fila per ore, a volte per quasi tutta la giornata, solo per riuscire a comprare del pane.

E una delle cose che mi facevano più male era vedere mia madre piangere per quello che ci era successo. Sentivamo continuamente i bombardamenti provenire da ogni direzione: dal cielo, dal mare e dalla terra. Non c’era più alcun senso di sicurezza. Vivevamo nella paura costante, senza sapere cosa sarebbe successo nell’ora successiva.

La vita sembrava una sorta di fine del mondo, ma in uno spazio molto piccolo, dentro Gaza.

Siamo rimasti sfollati a Khan Younis per circa tre mesi. Poi è successo qualcosa che non ci aspettavamo. Una notte ci siamo ritrovati circondati da tutte le direzioni. Nel centro di formazione dell’UNRWA dove ci trovavamo erano rifugiate, per quanto sapevamo, decine di migliaia di persone sfollate, circa 80.000.

Siamo rimasti intrappolati lì per circa sei giorni. Durante quel periodo continuavano gli spari, alcune persone venivano uccise e il centro è stato colpito da bombardamenti di artiglieria. Sono stati momenti di terrore assoluto. I bambini piangevano, le persone erano nel panico e assistevamo a scene così dure che è difficile persino descriverle a parole.

In quei momenti abbiamo pensato che forse non saremmo mai usciti vivi da quel luogo. Abbiamo pensato che fosse arrivata la fine.

Il giorno successivo ci è stato ordinato di evacuare e di dirigerci verso Rafah. Così è iniziato il nostro secondo sfollamento. Abbiamo lasciato Khan Younis e ci siamo diretti verso Rafah tra la paura, la stanchezza e l’esaurimento, senza sapere dove saremmo andati e cosa ci avrebbe aspettato.

Dal momento in cui abbiamo lasciato la nostra casa, la nostra vita non è più stata la stessa. Siamo passati da una vita normale, nella nostra casa, con sicurezza, privacy e le cose essenziali della vita, a una situazione in cui l’unico obiettivo era sopravvivere.

Ogni giorno dovevamo pensare all’acqua, al cibo, a un riparo, a un posto dove dormire e persino a dove poter ricaricare il telefono.

Le cose che prima consideravamo semplici e normali erano diventate desideri difficili da raggiungere.

E quando penso alla nostra casa oggi, non penso soltanto alle pareti o ai mobili. Penso alla vita che c’era dentro, ai ricordi e al senso di sicurezza che abbiamo perso insieme ad essa.

La cosa più dolorosa è che l’abbiamo lasciata pensando che saremmo tornati presto. Invece ci siamo ritrovati a spostarci da un luogo all’altro, portando con noi la paura, la stanchezza e i nostri ricordi.

Per noi, lo sfollamento non ha significato semplicemente lasciare una casa. Ha significato perdere la vita che conoscevamo e ritrovarci improvvisamente a vivere pensando soltanto a come sopravvivere da un giorno all’altro.

Cosa ha rappresentato per te e la tua famiglia vedere la vostra abitazione ridotta a un cumulo di macerie? Dove avete trovato rifugio e com’è cambiata da quel momento la vostra quotidianità?

Dopo che siamo stati sfollati da Khan Younis a Rafah, abbiamo dovuto ricominciare tutto da capo. Abbiamo vissuto in un campo per sfollati a Rafah. La nostra tenda era fatta di legno e teli di plastica, ed era molto piccola, circa 3 metri per 3. Eravamo in sei a vivere lì dentro.

Nel campo c’erano circa 120 tende, tutte attaccate una all’altra. Non avevamo privacy e non avevamo nemmeno la sensazione di vivere con dignità. Anche le cose più semplici della vita quotidiana erano diventate una sofferenza. I prezzi erano altissimi e passavamo il tempo cercando aiuti, cibo e tutto ciò che serviva alla nostra famiglia.

Siamo rimasti a Rafah per circa tre mesi e mezzo. Poi ci è stato ordinato di evacuare di nuovo e siamo andati verso Al-Mawasi, a Khan Younis. Quello è stato il nostro terzo sfollamento.

Ogni volta che ci spostavamo dovevamo ricominciare tutto da zero e ogni volta la sofferenza ricominciava da capo.

Siamo rimasti ad Al-Mawasi per circa nove mesi, in condizioni umanitarie molto difficili. Anche cucinare era diventato un problema. Dovevamo uscire e cercare pezzi di legno per poter accendere il fuoco e cucinare. Anche una cosa così semplice era diventata una grande sofferenza.

Poi è arrivato l’accordo di cessate il fuoco del 20 gennaio 2025. In quel momento speravamo che la guerra fosse finita e che finalmente avremmo potuto tornare alle nostre case.

Dopo il ritiro delle forze israeliane da alcune zone di Gaza, siamo tornati nel nord della Striscia di Gaza, nel campo di Jabalia.

Ma quando siamo arrivati a Jabalia, abbiamo visto una catastrofe umanitaria.

Il campo era quasi completamente distrutto, come se fosse stato cancellato dalla faccia della terra. Siamo rimasti scioccati da quello che abbiamo visto. Tutto il nord di Gaza era praticamente fatto di macerie, polvere e case distrutte. Persino il colore della vita sembrava essere diventato grigio per la quantità di distruzione.

In quel momento mi sono sentito quasi come una creatura di pietra in mezzo a quelle macerie. Ci chiedevamo: come faremo a vivere qui? Dov’è la nostra casa? Dov’è la nostra vita?

Quella zona era completamente devastata. La nostra infanzia, i ricordi della nostra famiglia, il nostro futuro, i nostri sogni e le nostre speranze erano tutti sepolti sotto le macerie.

Poi abbiamo visto alcune persone mettere delle tende sopra le loro case distrutte. Questo ci ha dato il coraggio di fare la stessa cosa. Abbiamo montato una tenda sopra la nostra casa distrutta e abbiamo deciso di resistere e continuare a vivere, anche se praticamente non c’era più nulla.

Abbiamo iniziato a fare lavori molto pesanti. Rimuovevamo con le nostre mani le macerie intorno alla nostra casa e cercavamo di liberare uno spazio dove poter vivere.

Non lo facevamo perché pensavamo di poter ricostruire la casa come prima, ma perché volevamo riportare un po’ di vita nel nostro quartiere e sentire che eravamo ancora capaci di fare qualcosa.

Cercavamo di riportare la vita in mezzo alle macerie.

Ma dopo la fine dei 45 giorni della tregua, la guerra è ricominciata, ed è tornata ancora più forte di prima. Sono tornati i bombardamenti e sono tornati l’assedio e la chiusura completa di Gaza.

A quel punto eravamo sinceramente esausti. Eravamo stanchi per la mancanza di cibo, per gli sfollamenti e per tutto quello che avevamo passato. Non ci aspettavamo nemmeno che la guerra sarebbe ricominciata dopo tutta quella sofferenza.

I bombardamenti hanno ricominciato a colpire noi civili, persone senza armi. I bombardamenti erano tutto intorno a noi e per tutta la notte pietre e schegge cadevano sulla nostra tenda.

Una notte i bombardamenti furono così intensi che dovemmo dormire sotto le macerie della nostra casa distrutta, a causa della violenza delle esplosioni.

È stata una notte molto difficile.

Quando è arrivato il mattino, siamo fuggiti di nuovo e siamo andati verso Gaza City.

Quando siamo arrivati a Gaza, la carestia era già diventata molto grave. Non c’era quasi cibo e quello che si riusciva a trovare aveva prezzi altissimi.

Un chilo di farina arrivava a costare circa 80 dollari e alcuni legumi arrivavano a costare 50 dollari al chilo. Non arrivavano abbastanza aiuti, non c’erano medicine e praticamente non entrava più nulla a Gaza.

Dopo che i media hanno iniziato a parlare molto della carestia, hanno cominciato ad entrare alcuni camion di aiuti, ma erano pochissimi rispetto al numero delle persone che ne avevano bisogno.

Andavamo nelle zone dove entravano i camion della farina. Potevano esserci un milione e mezzo di persone che aspettavano l’arrivo di un convoglio di farina.

E i camion entravano con il contagocce. A volte entravano solo 15 o 30 camion davanti a una quantità enorme di persone.

La gente era affamata. C’erano spintoni, caos e a volte anche spari. Questi luoghi erano diventati molto pericolosi.

Io andavo continuamente a cercare cibo per me e per la mia famiglia, ma molte volte tornavo senza niente a causa del numero enorme di persone.

Erano scene terribili. Vedevo persone affamate correre dietro al cibo, droni sopra le persone e carri armati che continuavano a sparare. Tutta la gente soffriva. La gente era arrivata a vivere in condizioni davvero umilianti.

Anche quando sono arrivati altri aiuti, non erano sufficienti. Alcuni luoghi dove venivano distribuiti gli aiuti erano diventati così pericolosi che la gente li chiamava “trappole mortali”.

A volte alcuni Paesi lanciavano cibo dagli aerei, ma le quantità erano molto piccole rispetto al numero di persone che ne avevano bisogno. Era una scena molto difficile e umiliante per un essere umano.

La gente aveva fame e pensava solo a trovare qualcosa da mangiare e portarlo alla propria famiglia.

Abbiamo vissuto in queste condizioni per circa sette mesi.

Io personalmente sono diventato quasi uno scheletro a causa della fame. Il mio corpo si è indebolito moltissimo e non avevo più l’energia che avevo prima.

Poi, mentre eravamo ancora affamati ed esausti, ci è stato ordinato di evacuare Gaza City e andare di nuovo verso il sud della Striscia, a Khan Younis.

Quello è stato il nostro sesto sfollamento, nel settembre 2025.

A quel tempo, le forze israeliane controllavano circa il 75% della superficie della Striscia di Gaza, o anche di più, mentre circa due milioni di palestinesi erano ammassati in uno spazio molto piccolo.

C’era una densità enorme. Io avevo la sensazione che vivessimo nella prigione più grande del mondo.

Quando siamo stati sfollati di nuovo, non sapevamo dove andare né dove avremmo potuto vivere. Non c’era spazio, non c’era niente pronto per noi.

Ci siamo semplicemente spostati perché eravamo costretti a farlo ancora una volta.

Poi, nell’ottobre 2025, è stato annunciato un nuovo accordo di cessate il fuoco.

Ma la nostra casa è rimasta dall’altra parte di quella che viene chiamata la “linea gialla”, in una zona alla quale non possiamo accedere. E grandi parti della Striscia di Gaza sono rimaste sotto controllo militare.

E ancora oggi sono sfollato a Khan Younis.

È passato più di un anno da quando sono lontano da casa. Ogni volta che siamo stati sfollati abbiamo dovuto ricominciare da zero.

Ogni volta ci dicevamo: “Questa sarà l’ultima volta. Torneremo a casa e ricominceremo a vivere.”

Ma fino ad oggi siamo ancora sfollati.

Io non sto parlando soltanto di una casa fatta di cemento e pietre. Sto parlando di una casa che conteneva la mia infanzia, i miei ricordi, la mia famiglia, i miei sogni e il mio futuro.

Ogni volta che cerco di ricostruire qualcosa, arriva la guerra e ci porta via tutto un’altra volta.

Nonostante tutto, continuiamo a cercare di resistere e di vivere. Perché anche se abbiamo perso quasi tutto, non vogliamo perdere anche la nostra volontà di vivere.

Il 10 ottobre 2025 Israele ha raggiunto un accordo formale di cessate il fuoco con Hamas. Dal tuo punto di vista, l’accordo è stato sempre rispettato? E qual è oggi la situazione nella Striscia di Gaza?

Per quanto mi riguarda, non posso dire che l’accordo di cessate il fuoco sia stato rispettato. Dal momento in cui è stato raggiunto, ci sono state continue violazioni e i bombardamenti non si sono fermati. Ancora oggi a Gaza le persone vivono nella paura e nell’insicurezza.

Per me, una cosa è ciò che viene scritto in un accordo e un’altra è ciò che le persone vivono realmente sul terreno. Noi speravamo che il cessate il fuoco fosse l’inizio di un periodo di vera calma e che ci permettesse di tornare lentamente a vivere, ma la paura e la violenza sono rimaste. A volte ho anche la sensazione che la sofferenza delle persone venga utilizzata come strumento di propaganda politica ed elettorale, mentre alla fine sono sempre i civili a pagarne il prezzo.

La situazione a Gaza è ancora molto difficile. Ci sono tante case distrutte, persone che hanno perso familiari e amici e famiglie che continuano a vivere in condizioni molto dure. La cosa che mi fa più male sono i bambini, perché hanno vissuto esperienze molto più grandi della loro età.

C’è qualcosa che il mondo, guardando ciò che accade a Gaza, secondo te non riesce a comprendere fino in fondo? E quanto può essere importante per bambini e ragazzi continuare a studiare e provare a costruire il proprio futuro?

Penso che il mondo a volte veda Gaza solo attraverso le notizie e i numeri, ma dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una storia. Ci sono bambini che hanno perso la casa e la scuola e famiglie che cercano semplicemente di ricominciare la propria vita.

Per questo penso che l’istruzione sia così importante, soprattutto per i bambini e i giovani. Anche quando le condizioni sono difficili, studiare dà la sensazione che esista ancora un futuro e che sia possibile costruire qualcosa di nuovo.

ho un sogno personale che spero davvero di poter realizzare. Vorrei ottenere una borsa di studio e andare a studiare in Italia. Ho fatto domanda diverse volte, ogni volta sperando che potesse essere la mia occasione, ma finora non ci sono riuscito. Da tanto tempo sogno di andare in Italia, studiare, imparare cose nuove e avere la possibilità di ricominciare e costruire il mio futuro.

Per alcune persone viaggiare e studiare all’estero può sembrare una cosa normale, ma per me sarebbe una possibilità di cambiare la mia vita e realizzare un sogno che porto dentro da molto tempo. Vorrei continuare a studiare, crescere, sviluppare me stesso e costruire un futuro migliore.

Dopo tutto quello che hai vissuto, qual è oggi il tuo sogno per il futuro e cosa vorresti dire a chi, da lontano, ascolterà la tua testimonianza?

Dopo tutto quello che ho vissuto, il mio sogno è molto semplice: vorrei vivere in sicurezza, vedere la mia famiglia stare bene e poter continuare la mia vita senza paura. Vorrei che i bambini potessero andare a scuola, studiare, sognare e pensare al loro futuro senza dover vivere ogni giorno con la paura della guerra.

E alle persone che ascolteranno la mia testimonianza da lontano vorrei dire una cosa: cercate di vederci come persone, non solo come numeri o come notizie. Abbiamo famiglie, sogni e una vita che vogliamo vivere. Non vogliamo che la guerra sia il nostro futuro. Vogliamo sicurezza, istruzione e la possibilità di ricominciare e costruire una vita normale.

Un ringraziamento speciale

Un ringraziamento speciale va a Mohammed, per la preziosa collaborazione, per la sua gentilezza e per il coraggio che ha dimostrato nel raccontarmi la propria storia.

Lo ringrazio per la fiducia che ha riposto fin da subito in me e per avermi messo a disposizione tutto il materiale necessario alla realizzazione di questa intervista, permettendomi di raccogliere anche una preziosa documentazione visiva, attraverso foto e video che raccontano la tragedia vissuta dalla popolazione di Gaza.

Parte di questo materiale sarà pubblicata prossimamente anche sul mio profilo Instagram, attraverso un Reel dedicato alla sua storia e alla sua testimonianza.

A Mohammed va il mio più sincero augurio: che possa tornare presto a vivere una vita di pace, riprendere a studiare, realizzare i suoi sogni e costruire quel futuro che, nonostante tutto, continua a desiderare.

Grazie, Mohammed, per aver scelto di raccontarti.