Simone Bertolini - L'uomo che vive nel Novecento - Ivan Mecca

E se qualcuno vi dicesse che c’è ancora chi, nonostante la frenesia e le mode del presente, vive seguendo lo stile tipico e raffinato della Belle Époque, ci credereste?

È la quotidianità di Ivan Mecca, un insegnante di lettere di 34 anni di origine lucana, che veste come nel ‘900 con baffi, panciotto e tabarro.

Un professore che ha trasformato un’estetica d’altri tempi in una vera e propria filosofia di vita.

Per capire meglio la sua storia ho avuto il piacere di poterlo intervistare.

Insieme abbiamo discusso del perché di questa scelta, della reazione degli studenti ad avere un docente in cattedra con tabarro e bombetta e, infine, del modo in cui vive la modernità.

Chi è Ivan Mecca?

Ivan Mecca, 34 anni di origine lucana, è un docente di scuola media e scrittore di storie di fantasmi a tempo perso.

Ivan Mecca, docente di scuola media e scrittore di storie di fantasmi a tempo perso
Ivan Mecca, docente di scuola media e scrittore di storie di fantasmi a tempo perso

Professore, da dove nasce questa scelta di vivere seguendo uno stile estetico tipico della Belle Époque? Cos’è che più la affascina di quell’età?

Tutto nasce da una passione per gli abiti di quel periodo storico. Mi piacciono dal punto di vista estetico e ritengo che mi stiano particolarmente bene. È uno stile che sento davvero mio.

Questa passione, però, deriva anche dalle letture che ho fatto da ragazzo. Alle scuole medie ho letto tutti i racconti e i romanzi di Sherlock Holmes e mi sono appassionato alla Londra tardo-vittoriana. Successivamente ho scoperto anche la letteratura dell’Impero austro-ungarico, in particolare gli scritti di Joseph Roth, come La cripta dei Cappuccini e La marcia di Radetzky. Quel mondo mi ha affascinato ancora di più perché, rispetto alla Londra vittoriana, è molto meno conosciuto e studiato nel nostro Paese.

C’è poi anche un aspetto familiare. Mio bisnonno, nato nel 1911, viveva in campagna e ha continuato a vestire elegantemente fino agli ultimi anni della sua vita: indossava sempre il panciotto e portava con sé l’orologio da taschino. Quando è venuto a mancare, nel 2003, ho ereditato proprio quell’orologio, un oggetto che mi aveva sempre affascinato.

Il gilet e gli accessori di quell’epoca mi piacevano già da bambino. A volte scherzo dicendo di credere quasi alla metempsicosi, perché è curioso che un ragazzino di otto o nove anni possa essere attratto da oggetti ormai fuori moda da decenni. Mi piace pensare, con un sorriso, che forse sia il richiamo di una vita precedente.

Qual è la reazione dei suoi studenti ad avere un professore in cattedra con tabarro, bombetta e panciotto?

All’inizio rimangono un po’ spiazzati e, soprattutto alle scuole medie, anche piuttosto intimoriti. Sono ragazzi molto giovani e il mio modo di vestire può trasmettere una certa severità.

Quel distacco iniziale, però, dura davvero poco. Appena mi conoscono, si rendono conto che non sono affatto la persona rigida che immaginavano. Anzi, credo di essere un insegnante molto empatico e anche piuttosto simpatico, e questo permette di instaurare rapidamente un buon rapporto con loro.

Qual è il suo metodo di insegnamento in una scuola che va incontro a un progressivo processo di modernizzazione con lavagne digitali, registro elettronico ecc? Rimpiange alcuni aspetti o crede sia qualcosa che possa facilitare i ragazzi?

Io ne faccio un uso molto moderato. Per me significa utilizzare questi strumenti magari una volta ogni cinque o sei lezioni.

Per esempio, quando insegno geografia, al termine di un argomento mi capita di proiettare un documentario sulla LIM. Oppure, qualche volta, ho utilizzato un sito con giochi di grammatica: dividevo la classe in squadre e organizzavo piccole competizioni con dei premi.

Credo però che questi strumenti debbano servire soprattutto a spezzare il ritmo della lezione tradizionale, rendendo la didattica più varia e piacevole, soprattutto per gli studenti delle prime classi delle medie.

A mio avviso oggi c’è una tendenza a dare un’importanza eccessiva alle nuove tecnologie. Le linee guida ministeriali ne incoraggiano l’utilizzo, ma nella pratica anche molti colleghi continuano a basare il proprio lavoro principalmente sulla lezione frontale.

Sono convinto che un insegnante dotato di carisma ed empatia non abbia bisogno della tecnologia per entrare nel cuore degli studenti e trasmettere davvero qualcosa.

In un’intervista rilasciata al Corriere raccontava che, fino a qualche tempo fa, non aveva nemmeno un computer e preferiva ricopiare tutto a mano nei suoi quaderni. È una scelta legata a un’idea precisa di rapporto con la tecnologia o a un modo diverso di vivere il tempo, scegliendo consapevolmente quali strumenti usare?

Più che una scelta ideologica, è qualcosa che nasce dal mio rapporto con la tecnologia. Per molti anni ho utilizzato un vecchio computer di mia zia e non ho mai sentito il bisogno di acquistarne uno nuovo.

Non ho un rapporto particolarmente felice con questi strumenti. Stare davanti a uno schermo mi affatica gli occhi e faccio fatica a rimanerci più di un’ora o due. Per questo preferisco scrivere tutto a mano e solo in un secondo momento ricopiare i testi al computer, quando devo inviarli a un editore.

In fondo posso dire semplicemente che la tecnologia non mi piace molto. E proprio grazie a questo ho tantissimo tempo da dedicare alla lettura. Molte persone trascorrono ore davanti al computer o al cellulare, mentre io preferisco leggere, che considero l’attività più importante.

Come trascorre il tempo libero e quali attività ritiene più appaganti?

Nel tempo libero mi dedico soprattutto alla lettura, molto più che alla scrittura, anche perché mi definisco piuttosto pigro nello scrivere.

Leggo tantissimo: è difficile fare una media precisa, ma direi almeno settanta o ottanta pagine al giorno, tutti i giorni.

Se potesse recuperare un solo valore della Belle Époque da riportare nella società di oggi, quale sceglierebbe e perché?

Senza dubbio il rispetto reciproco. È ciò che, secondo me, si è perso maggiormente nella società di oggi.

Nei piccoli paesi questa dimensione è ancora più presente, ma nelle grandi città noto un progressivo impoverimento dei rapporti umani. Faccio un esempio molto semplice: quando entro in un ascensore o nella metropolitana saluto sempre dicendo “buongiorno” o “buonasera”. Qualcuno risponde, soprattutto le persone più anziane, ma quasi nessuno prende l’iniziativa di salutare per primo.

Può sembrare un dettaglio, ma credo sia il segno di un progressivo imbarbarimento dei rapporti sociali. Durante la Belle Époque, invece, esisteva un rispetto diffuso anche tra le persone più umili e naturalmente anche verso chi ricopriva ruoli come quello dell’insegnante.

Naturalmente non tutto il passato era migliore del presente, ma questo era certamente uno dei suoi punti di forza.

Come si fa a restituire al presente l’educazione e il rispetto del passato?

Non è semplice riportare nel presente gli aspetti migliori del passato. Credo però che il cambiamento debba partire proprio dalla scuola.

Noi insegnanti siamo prima di tutto educatori. Oltre a trasmettere le conoscenze delle nostre materie, dovremmo insegnare ai ragazzi il valore dell’educazione, del rispetto reciproco e del vivere civile. È da lì che può iniziare un cambiamento positivo della società.